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29 maggio 2026

Il filosofo che smentì Darwin: l'evoluzione non è una lotta

Nel 1902 Petr Kropotkin pubblica un libro rivoluzionario. Per dimostrare che la vita non è una competizione in cui vale la legge del più forte. Ma che, al contrario, le specie che prosperano sono quelle in cui vige il mutuo soccorso

di Claudio Elli

Mi è stato chiesto di scrivere questo articolo su Kropotkin Petr Alekseevic, filosofo, geografo, zoologo, anarchico russo, più o meno contemporaneo di Charles Darwin, ma non si può parlare di Kropotkin senza inquadrare la filosofia del periodo, cioè del diciannovesimo secolo, all’interno del nostro attuale periodo di cultura, che Rudolf Steiner chiama “Anglosassone” entro il quale viene sviluppata l’anima cosciente che va dal 1413 al 3500 dc.

In questo periodo di cultura si stanno manifestando progressivamente quattro grandi problemi, che stanno compenetrando i sentimenti degli uomini in ogni loro attività, in qualsiasi tipo di lavoro pratico che sia tecnologico o no. Il primo problema è come “governare gli istinti”, il secondo quello della conoscenza della nascita, il terzo quello della morte, cioè dell’indagine di come l’uomo esca dal piano fisico e di come si inserisca per mezzo della nascita, il quarto è quello del male. Ognuno di questi quattro problemi ne ingloba molti altri, in mille possibilità di declinazioni che lascio ai lettori intercettare e porre sotto la propria attenzione.

Negli Enigmi della filosofia Rudolf Steiner cerca di dimostrare come il Greco vivesse con il concetto, con l’idea, in maniera diversa rispetto a quella dell’uomo attuale. Per il Greco l’idea (quarto periodo di cultura), era veramente tanto presente che egli poteva in un certo qual modo “percepirla” come noi oggi percepiamo solo colori, suoni ecc. Per l’uomo moderno, invece, l’intelletto è separato dalle percezioni esteriori e agisce nella sua interiorità. Ciò ha portato alla tendenza a compenetrare la vita umana in misura sempre maggiore di “conoscenza materialistica”, dell’esclusivo principio utilitaristico nella vita pratica.

Che cosa in Occidente è apparso problematico più di ogni altra cosa? È stato come inquadrare ciò che viene vissuto istintivamente in natura, cercando di mettervi ordine attraverso raggruppamenti per affinità fra gli esseri naturali, studiando tutto ciò che si riferisce a nascita ed ereditarietà. Si è cercato l’origine dell’affinità tra gli esseri dell’universo, attraverso lo studio di ciò che è ereditabile con la nascita. Si è portato poi il concetto di “affinità” in ogni ambito delle scienze: in fisica, chimica, (affinità fra sostanze) e in biologia (affinità di specie, razze ecc.) classificando secondo similitudini.

Tutto questo ordinamento per affinità ha portato a conoscere l’uomo secondo “affinità con l’animale” e la ricerca scientifica in Occidente si è radicalizzata su queste tematiche. L’Oriente invece ha posto la sua attenzione in particolare sulle altre due idee dei quattro problemi posti all’inizio, cioè su morte e male. L’Oriente si è occupato nella sua ricerca sul male, sul dolore, sulla sofferenza nel mondo, ha riflettuto di come il male è penetrato nella vita, non di come l’uomo è penetrato nell’esistenza. In Russia la produzione letteraria e il pensiero filosofico si sono indirizzati all’indagine sul male e sulla morte (Dostoevskij, Tolstoj Soloviev ecc). Come in Occidente ci si è sforzati di stabilire le connessioni naturali dell’uomo, per comprendere come l’uomo fisico sia entrato nell’esistenza attraverso la nascita, così in Oriente ci si è sforzati di comprendere la morte.

Mentre in Occidente la ricerca incentrata su nascita per ereditarietà è progredita, in Europa orientale la ricerca è rimasta all’inizio, per la semplice ragione che indagare sulle vicende dell’anima (morte, dolore, male) è molto più difficile che indagare l’esteriorità fisica. Così l’Occidente ha sviluppato la sua ricerca sulla nascita e le sue finalità, arrivando a definire la vita come mezzo per essere “felici” (Utopisti - Bacone e Tommaso Moro) e ciò poi è progredito, evoluto fin nei programmi sociali attuali. Così tutto ciò, sia l’idea della libertà della Rivoluzione francese sia le idee socialiste del diciannovesimo secolo hanno come ideale pratico la “felicità”.

In Occidente, quindi, tutto tende alla conquista, attraverso strumenti utili (utilitarismo) della felicità. Bene e felicità diventano sinonimi per l’Occidente ed è utile solo quello che mi permette di raggiungerli, ciò è stato chiamato poi utilitarismo. Mentre in Oriente si è cercata la “redenzione”, la libertà interiore dell’uomo dal dolore e dal male, in Occidente l’aspirazione alla felicità è diventata a poco a poco l’aspirazione alla semplice “utilità”. Come posso essere felice? Conquistando solo ciò che mi è utile per vivere! Così si è arrivati alla concezione materialistica, al “materialismo” nell’ambito della conoscenza e all’utilitarismo nel campo della vita pratica. Anche oggi, non c’è dubbio che siamo immersi in questi due principi dominanti, che condizionano la nostra “conoscenza” e il nostro “comportamento”. Proprio le conoscenze relative al come si nasce e all’ereditarietà e alla comprensione dell’uomo come creatura naturale sono messe al servizio del materialismo e del principio utilitaristico. Anche quando è comparso, il darwinismo ha cercato di promulgare idee particolari sul problema della nascita dell’uomo, sulla sua origine dalla serie di organismi più semplici. Gli aspetti più spirituali del darwinismo sono contenuti invece nella “dottrina goethiana della metamorfosi”. Quindi la capacità di seguire la trasformazione da una forma in un’altra è rimasta nascosta (esoterismo). Il darwinismo ne ha presentato al mondo solo il suo aspetto esteriore più grossolano.

Il darwinismo è forse apparso nelle ricerche scientifiche del secolo scorso veramente perché qualche fatto naturale ha indotto gli scienziati ad ammetterlo? No! Il darwinismo si è progressivamente affermato con le sue teorie perché si è ritenuto valido il principio utilitaristico anche nella natura. Così si sono trasferiti i principi utilitaristici, economici e sociali anche nel mondo della natura, all’ambiente. Gli uomini hanno così voluto vedere nella natura lo specchio dei loro pensieri! Non guardo in realtà la natura o l’uomo, ma solo cosa io penso di loro, e così vedrò solo quello che io penso e non il reale. Ma come è pervenuto il darwinismo alla sua concezione? Dal principio utilitaristico che a sua volta aveva preso le mosse dalla conquista della felicità, cercando di rispondere alla domanda: dopo che si è nati come si può vivere una vita felice?

Darwin, quindi, prestò attenzione a una certa corrente che rifletteva, nel modo più materialistico possibile, sulla felicità degli uomini, su come si potesse fondare la felicità sulla Terra. Darwin venne a contatto con questo pensiero della sfera economica mettendo così il suo pensiero al servizio di ciò che si chiamava malthusianismo. Di che si tratta?

La teoria di Malthus partiva dal presupposto che sulla Terra la produzione di alimenti segue una progressione aritmetica (se si utilizza razionalmente la fecondità della terra), mentre la riproduzione umana e animale segue una progressione geometrica. Nacque così il concetto di “controllo delle nascite” per poter raggiungere un equilibrio fra le due modalità: produzione alimentare e riproduzione. Darwin fu influenzato da questo principio e si chiese: la natura nel suo sviluppo segue questo principio? Come stabilisce la natura il suo equilibrio, fra ciò che produce e chi lo consuma? In base a queste premesse, giunse a domandarsi: come si conciliano fra loro le due differenti progressioni? La risposta fu: attraverso la lotta per i mezzi di sostentamento; si convinse che la lotta per l’esistenza fra gli esseri viventi deve rappresentare un principio originario, fondamentale. Darwin derivò quindi il suo principio di lotta per l’esistenza non dall’osservazione della natura ma venne ispirato dal malthusianesimo.

Abbiamo visto così che non fu l’osservazione scientifica della natura a dare la spinta a Darwin per elaborare la sua teoria (che anche oggi condiziona ancora l’essere umano nella conoscenza e nel suo comportamento sociale), bensì il principio utilitaristico di Malhtus. Si credette che la lotta per l’esistenza si ritrovi ovunque in natura e si disse: tutti gli esseri vivono nella lotta per l’esistenza, chi non è idoneo soccombe, chi è idoneo sopravvive, così si ha la selezione del più adatto.

Come si è adattato bene tutto questo agli uomini moderni che sviluppano un certo istinto per eliminare quanto più possibile l’elemento spirituale, per poter vivere solo nell’elemento materiale! Avere ideali non è più necessario e si può vivere secondo il solo grande principio della selezione del più idoneo. Non occorre affatto lottare per realizzare certi ideali, perché la natura in ogni caso seleziona il più adatto; si rischierebbe persino di contrapporsi alla natura, seguendo degli ideali, poiché la natura trova in se stessa il principio di selezionare il più idoneo. L’unico ideale compatibile con la modalità della natura è risultato quindi la lotta per l’esistenza che permetterebbe così di raggiungere una posizione brillante nella vita, magari raggiungendola con metodi alquanto discutibili!

La natura segue il principio generale di selezione del più idoneo: dunque se si è avuto successo nella vita significa che si è il più idoneo. In realtà non si osa esprimerlo sempre, tuttavia si agisce secondo questo modo di pensare; se si è riusciti ad accumulare il più gran patrimonio possibile, perché non lo si potrebbe giustificare col fatto che la natura sceglie sempre il più idoneo? In breve, con questo modo di pensare, si è stordita l’umanità. Il darwinismo dalla sfumatura materialistica viene insegnato ormai come un “Vangelo”, mentre poco si sa degli impulsi che ne stanno alla sua base. In effetti in questo campo gli uomini sono molto più propensi a predicare e accettare concetti e idee che li confondono nei confronti della verità, piuttosto che accogliere concetti che illuminino la verità. Ora l’utilitarismo ha le sue radici nella civiltà occidentale ma la civiltà orientale si è sempre opposta a questo principio, per questo osserviamo il singolare spettacolo che mentre in Occidente l’utilitarismo viene spinto fin nel campo della conoscenza dal darwinismo materialistico mediante il quale la lotta per l’esistenza ha fatto il suo ingresso anche nell’indagine scientifica, l’Europa orientale si è opposta a questo modo di vedere per mezzo di studiosi russi, il cui assiduo lavoro spirituale è stato raccolto e sintetizzato da Kropotkin nel suo libro Il mutuo appoggio: un fattore evolutivo raccolta di saggi (1902), la cui lettura può essere di grande utilità per trovare un punto di equilibrio. Egli mostra come l’evoluzione delle specie animali non viva solo di lotta per la vita, bensì anche di aiuto reciproco! Così nel 1860 abbiamo in Occidente la pubblicazione de L’origine della specie di Darwin che delinea l’evoluzione delle specie attraverso la lotta per l’esistenza mentre in Europa orientale troviamo ricapitolato da Kropotkin il polo opposto.

Kropotkin pubblica nel 1902 la sua opera innovativa e dirompente a partire dalle sue ricerche sul campo in Siberia e dà un’originale interpretazione della teoria evoluzionistica coniugando in modo inedito la teoria di Darwin e alcuni aspetti di Lamark. Il suo libro fu scritto principalmente per confutare le idee del darwinismo sociale sostenuto all’epoca soprattutto da Spencer. Questa opus magnum kropoktiana dimostra grazie a una sterminata documentazione e a geniali intuizioni come la vita non si riduca affatto a una spietata competizione in cui vince solamente il più forte, idea che peraltro stravolge lo stesso pensiero di Darwin, ma al contrario è la cooperazione, l’aiuto reciproco, il mutuo appoggio appunto a essere la forza tramite la quale la vita può continuare il suo processo evolutivo. Oggi, a oltre un secolo di distanza dalla loro formulazione, l’impatto della tesi di Kropotkin è ormai riconosciuta non solo in varie scienze umane come l’Etnografia, la Storia e la Sociologia, ma soprattutto in un gran numero di discipline scientifiche come la Biologia, la Zoologia e l’Etologia.

Così da una parte, a un polo della cultura moderna viene insegnato che meglio delle altre si evolvono le specie che sono in grado di sostenere la lotta per l’esistenza nel modo più brutale, che meglio reprimono gli altri. In Europa orientale, all’altro polo, viene insegnato che si sviluppano meglio le specie i cui individui sono i più propensi ad aiutarsi. La soluzione fra queste due polarità non è eliminare il principio dell’utilitarismo, come causa di un comportamento immorale dell’umanità, ma semmai incanalandola nella giusta direzione. La domanda che l’essere umano coinvolto in questa scelta tra la lotta per l’esistenza e l’aiuto reciproco deve porsi è: che cosa mi è davvero UTILE che possa essere di AIUTO per gli altri? E siccome l’essenziale è invisibile agli occhi cosa devo cambiare? Il modo in cui io osservo le cose! Devo osservarle in purezza di pregiudizio, non osservare solo cosa io penso sulle cose. Cosa è che i miei occhi non vedono che mi sarà sicuramente più utile di quello che vedo esteriormente?

Pubblicato su il quadernone della Scuola Rudolf Steiner di via Clericetti Milano nel 2024

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